Negli Stati Uniti è normale vedere cartelloni autostradali con la faccia di un avvocato e un numero di telefono enorme. In Italia, invece, la domanda «uno studio legale può fare pubblicità?» mette ancora in imbarazzo molti professionisti. Ne abbiamo parlato nella quattordicesima puntata della terza stagione con Luciano Dalfino dello studio DRD & Partners, in una delle conversazioni più accese di Storie di Puglia.

La risposta breve è: sì, ma non come la immagini.

Il confine tra pubblicità e informazione

Per un avvocato italiano la parola chiave non è «pubblicità» ma informazione. La legge professionale forense consente di far conoscere la propria attività, la struttura dello studio, le specializzazioni e i titoli, purché la comunicazione sia veritiera, corretta e non ingannevole. Quello che resta vietato è l'accaparramento della clientela: promesse di risultato, toni comparativi o denigratori, offerte aggressive.

In pratica il confine passa tra spiegare chi sei e cosa sai fare e convincere qualcuno che sei migliore degli altri. Il primo è permesso, il secondo no.

Il «decoro», questo sconosciuto

Nella puntata torna spesso un concetto molto italiano: il decoro della professione. È un criterio volutamente ampio, che lascia margine di interpretazione e che spiega perché molti studi preferiscano non esporsi affatto piuttosto che rischiare un procedimento disciplinare.

Il risultato è un paradosso: proprio in un settore dove la fiducia è tutto, la comunicazione è spesso ferma a un sito vetrina di dieci anni fa.

Cosa può fare, concretamente, uno studio legale

Se il perimetro è l'informazione, dentro quel perimetro c'è molto più spazio di quanto si pensi:

  • Un sito chiaro e aggiornato, con aree di attività, profili dei professionisti e modalità di contatto. È la base, e sorprendentemente ancora rara.
  • Contenuti divulgativi: articoli, guide, brevi video che spiegano una norma o un diritto. Sono informazione allo stato puro e costruiscono autorevolezza nel tempo.
  • Presenza curata su LinkedIn, dove il pubblico è quello giusto e il tono professionale è la norma.
  • Podcast e interviste: parlare di un tema con competenza vale più di qualsiasi slogan. Non è un caso che questa puntata esista.
  • Cura della reputazione online, a partire dalle recensioni e dalla scheda Google dello studio.

Il passaparola non basta più (ma resta il re)

Dalfino lo dice chiaramente: il passaparola resta il canale principale per chi fa questo mestiere. Ma oggi il passaparola passa anche da Google. Chi riceve un consiglio verifica, cerca il nome, guarda il sito, legge qualcosa. Se non trova nulla, o trova qualcosa di trascurato, la raccomandazione perde forza.

La vera domanda, quindi, non è «posso fare pubblicità?» ma «quello che il cliente trova quando mi cerca conferma la fiducia che gli hanno raccomandato?».

Specializzarsi per farsi trovare

L'ultimo tema della puntata è forse il più strategico: in un mercato con molti professionisti, la specializzazione è la forma di comunicazione più efficace e più corretta. Dire con precisione di cosa ti occupi aiuta chi ti cerca, rispetta le regole deontologiche e ti distingue senza bisogno di confrontarti con nessuno.

Comunicare bene, per un professionista, significa rendere facile scegliere te per le ragioni giuste.

Guarda la puntata completa qui sotto: ci sono anche il confronto con il modello americano e le domande spicy di fine episodio.

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